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martedì 11 giugno 2013

America 2013 #2 - Napoli e NY, stesso parallelo



A Napoli tutti sono in maniche corte ed è facile distinguere chi viene da fuori. Il mio benvenuto è fatto di abbracci e due sfogliatelle, una riccia e una frolla. Quasi un antidoto per far ritornare in circolo la linfa giusta della città e sentirsi meno straniero. Per lo stesso motivo il tempo di tornare a casa e la sera c’è una grande rimpatriata in pizzeria. Al cameriere viene raccomandato il nostro tavolo dall’amico Gino e tutti sono felici e sazi. I primi tempi a Milano mi sorprendevo di come nella socialità non si proponesse “Andiamo a mangiare la pizza”. Noi lo usiamo anche se poi non la mangiamo la pizza. È per dire ci vediamo, stiamo insieme, parliamo e ci facciamo sicuro quattro risate.

Una chiacchierata in inglese via Skype è la strada giusta verso l’America, anche se inventi qualche parola. Inizi a scioglierti e l’orecchio si abitua. L’importante è che ad aspettarti ci sia un’altra pizza con un altro giro di persone che non vedi da tanto e ti mancano. Per aggiornarsi sulle novità e su quello che non cambia mai. Passeggiando su Piazza Medaglie d’oro notavo come nella moltitudine fosse assente una fascia d’età in particolare, la mia. I giovanissimi sono tutti lì in questa serata tiepida che annuncia l’estate. Prendono la metropolitana dalla periferia e si riversano qui. È sempre stato così, c’è la gelateria, ci sono i bar, il traffico è lento. Qualche pub nelle taverse, pizzerie pienissime dove ti danno del voi. Potevi fare su e giù via Luca Giordano sperando di incontrare qualcuno a cui avevi pensato tutta la settimana e che senza Facebook o i telefonini che iniziavano solo a spuntare nelle mani di alcuni e non di tutti, potevi solo immaginare più bello, più divertente e più alla moda di come in realtà fosse. I “grandi” poco sotto o poco sopra i 40 erano lì. Consapevoli e vestiti bene, irrimediabilmente abbronzati anche in primavera. Nel mezzo chissà dov’erano a passare quel fine settimana un po’ festivo. La mia ipotesi è che quella sia la fascia d’età degli emigranti. Milano? Roma? Londra? Dove sono i napoletani dai 25 ai 35 anni?!



Pronto Rossopomodoro? Mi servirebbe un tavolo da 10 persone, in un posto tranquillo che abbiamo una bimba piccola con noi e poi... ce la fate vedere la partita? Non è per me ma per i maschi del gruppo, lei capirà...” “E certo non si preoccupi, me la vedo io. Gennà spuost chistu tavolo! A stasera”. Avevo un nuovo amico, era bastata una telefonata. Da noi è così, questa è una ricchezza che dobbiamo coltivare e tenere viva. Infatti il tavolo era il migliore ed è venuto a salutarci e a chiederci più volte come andasse: “Tutto bene Marianna?”. Le persone entravano in continuazione e i tavoli appena vuoti venivano riempiti senza soluzione di continuità: acqua, menù, pizza, caffé. Acqua, antipasto, spaghetto scuiè sciuè, amaro.  Mentre il Napoli vinceva 2 a 0, non importa con chi.

Quando parti? E quante ore sono? Non lo so e non lo voglio sapere. Non avevo mai fatto un volo così lungo, ma tante persone lo fanno quindi si sopravvive. Il più lungo lo avevo fatto per il Portogallo (qui le 10 cose che non dimenticherò del Portogallo), due ore e mezzo. Bazzeccole. 

Quando ho cercato su Google “cosa fare nei voli intercontinentali” una delle prime parole uscite è stato “trombosi”. Tanto per stare tranquilli. “Per scongiurare la trombosi prendere mezza aspirina prima di partire”, altri consigli erano vestirsi comodi così – perché prendo sempre alla lettera i consigli che mi sembrano sensati – ho scucito addirittura un piccolo bottone della camicia. Me lo figuravo piantato nella schiena tutto il viaggio e mi immaginavo le maledizioni che mi sarei autoinflitta se non lo avessi sradicato prima del decollo. “Bevete molto e idratatevi prima di partire, in aereo ci si gonfia e disidrata” io ho bevuto fino a non poterne più e consumato la tutta la Nivea che avevo in casa versandomela addosso copiosamente. Nessuno però mi aveva detto di non accettare il cibo in aereo. Quello è la fonte principale di malesseri vari ed eventuali. Il mio consiglio è quello di tenere il solito abbigliamento, andare cauti con la crema che potrebbe servire la prossima estate ma non mangiare quelle scatolette dal packaging invitante (solo quello) offerte a bordo. Portatevi un panino, biscotti, caramelle. Ma rispondete con un sorriso e un “No grazie” all’hostess che vi porge la scatoletta con il pasto. La prima scatoletta era una specie di pizzetta, tipo una bruschetta. Sopra c’era una spatolata di pesto, sormontata da qualche pomodoro schiacciato dal formaggio con il maggiore peso specifico del mondo. La seconda scatoletta era pollo (forse) e spaghetti. Per fortuna le luci erano piuttosto basse e i miei ricordi riguardano quello che ho potuto solo intuire. 

All’ingresso sul volo intercontinentale mi sono detta: “Tutto sommato sono larghi i posti e ci si può stendere, chessaramai!”. Era la prima classe, o addirittura la premium. Proseguendo verso la coda lo scenario è cambiato. Sedili sempre più stretti e proporzionalmente più persone che si arrabbattavano con il bagaglio a mano alla ricerca anche loro di qualcosa di essenziale da cui non separarsi nello spazio fra l’accensione e lo spegnimento della spia della cintura. Alla mia destra il francese scaccolateur. Che si è ininterrottamente scaccolato per oltre 7 ore causandomi nausea e impossibilità a chiudere occhio per tutto il viaggio. Ovunque tu sia folle scaccolateur sappi che io ti aborro. Così ho visto due film che non avrei visto neanche sotto tortura: Twiligt (e chissà quale episodio della saga) e 007 Skyfall.

 

lunedì 24 ottobre 2011

Jamme, un racconto prêt-à-porter


Ci sono finalmente i vincitori del concorso "Parole in corsa"e io posso pubblicare qui il mio racconto (del resto era per questo blog che lo avevo pensato) il tutto prima che sfiorisca anche l'ultimo ricordo dell'estate.
Mi metto sempre sul lato destro del vagone, mi piace da lì scorgere il profilo del Vesuvio, d'inverno coperto di neve, d'estate baciato dal sole. È così definito che sembra ritagliato nel cielo, quello stesso profilo che vedo quando il treno corre veloce a 800 chilometri e qualcosa da qui, il cuore mi si stringe e metto gli occhiali da sole anche se è tardo pomeriggio.

Non ho mai imparato l'esatta sequenza delle stazioni, me ne perdo sempre qualcuna. Eppure Materdei, Museo, Policlinico, fanno parte della mia quotidianità. Ho visto queste carrozze d'inverno, piene di pendolari imbacuccati dentro morbidi piumini e cappelli di lana, vuote di sera con qualche temeraria che tornava dai teatri del centro sui tacchi alti e il filo di perle delle occasioni speciali. E ancora oggi, con un piccolo, sparuto gruppo di persone.

Provo a immaginare dove vadano con queste facce che mi sembrano così familiari. Io sto già pensando di andare a Piazza dei Martiri passando per via dei Mille trionfante come se fossi una garibaldina, incamminarmi verso Palazzo Reale e poi salire fino al punto più alto del Castel dell’Ovo. Lì riempirmi gli occhi e il cuore di tutta quella bellezza, scattando decine e decine di foto per cercare di fermare tutta questa meraviglia, di afferrarne anche solo un pezzetto per sempre. E in questa carrozza? Qualcuno va al mare - in metro -, una donna con il carrellino di sicuro al mercato di Antignano, al Vomero, a fare la spesa, altri dall'aria più tirata forse lavorano ancora o hanno ripreso a lavorare.

Su tutto svetta un cartellone pubblicitario. Dalla tasca di un paio di jeans esce una tessera, sotto c’è scritto: economica, ecologica e qualcos’altro. Serve a spostarsi in maniera diversa in questa brulicante città che vuole cambiare e ritrovare se stessa. Gli dice corri, respira, muori, pazzea, vivi, allucc, mangia, soffri, prega, ridi, chiacchiarea, scrivi, canta, leggi, suona, balla, come solo tu sai fare. Jamme.