lunedì 28 gennaio 2013

Quella volta che ho lasciato un lavoro

Ho iniziato a lavorare quando ero all'Università, anche prima quando ero alle superiori, e prima ancora. Fra i lavori che ho fatto posso annoverare i pupazzi di palloncini alle fiere e ho sempre cercato di guadagnarmi qualcosa ed essere un po' indipendente. Al termine di giornate ricche e impegnative io mi sento meglio. Sento di aver speso bene il mio tempo e le energie. Quindi quando si parla di lavoro mi ritengo fortunata semplicemente perché ne ho uno e allo stesso tempo appartengo ad una generazione marchiata dalla mancanza di lavoro, senza certezze. Una generazione per cui i riti di passaggio della vita non sono scontati. 

Mi è tornato in mente un lavoro in particolare in questi giorni. Un lavoro che ho lasciato dopo neanche una settimana. Apparentemente aveva tutte le caratteristiche per essere un buon impiego, in un posto di prestigio, nella mia città, nel mio campo. Eppure. Talvolta le scarpe ci stanno strette anche se sono del nostro numero.

Foto mia http://www.flickr.com/photos/marsans/8022901655/
Quell'ufficio mi stava stretto, le poltrone in pelle erano scomode, il pranzo sulle scale al sole non era piacevole. C'era qualcosa in quel posto che mi ha resa subito claustrofobica. Tanto che dopo tre giorni ho chiamato il supermegadirettore generale per dirgli che non avrei continuato. Lui è cascato dalle nuvole, io ho sentito un enorme peso che si sollevava dalle mie spalle. Forse non era il momento giusto, non era la mia strada e non dovevo percorrerla nemmeno per un pezzetto. Rimane insindacabilmente nella mia memoria la metafora dei lavori che è meglio lasciar perdere.

giovedì 20 dicembre 2012

Occhio ai master-fuffa-spillasoldi


Visto che la disoccupazione giovanile in alcune aree del paese arriva al 35% una delle fonti di guadagno più fiorenti è diventata la formazione. Master, corsi, corsettini, giornate di approfondimento, caffé con i professori, senti-un-po'-questo-che-dice... La cosa non è negativa in sè perché viviamo in un'era di lifelong learning, perché non si finisce mai di imparare come suggeriscono gli antichi proverbi e perché in un periodo di crisi economica come questo è giusto migliorarsi acquisendo diverse skill.

Ma dall'altra parte, da quella dei "formatori" non è giusto fare perno su questa esigenza, su questa penuria di possibilità, su questa carenza di lavoro. Non è corretto. I master che costano 1.000 euro al giorno, al giorno!! Corsi on line da poche decine di ore che costano 500 e più. E infatti chi li propone lo fa con sconti "solo fino a domani, accorrete", "fate presto, pochi posti!", "da non perdere!". I promotori ne sfornano uno al mese, o più di uno contemporaneamente. Tanto è tutto guadagno.

5 consigli se siete ingolositi da un master, un corso
1 - Leggete bene il programma e se non è sufficientemente chiaro, scartate;
2 - Controllate che sia certificato, da un'università, da un ente serio, patrocinato. Immaginate sul vostro Cv un master patrocinato da Topolino. Vale la pena di spendere quei soldi? Scartate;
3 - Cercate le edizioni precedenti. Magari qualche contatto su Linked-in ha partecipato. Mandate un messaggio per chiedere. Tu l'hai fatto? Hai imparato qualcosa? No? Scartate.
4 - Chi sono gli insegnanti? Gli esperti? Cercate i loro nomi. Credete possano insegnarvi qualcosa?
5 - Quanto costa questo master? Se per una giornata di formazione devo spendere 1.000 euro, in quanto tempo mi ritorneranno? E sono sicuro che mi ritornerà qualcosa grazie a questo?

Se anche solo uno di voi scanserà un master-fuffa-spillasoldi perché incappa in questo post io ne sarò felice. Pensateci, perché già in troppi ci beffano perché in preda all'esigenza o al bisogno e non possiamo fare altrimenti. Almeno su qualcosa ancora possiamo dire no grazie


mercoledì 12 dicembre 2012

Luci a Scampia: aiutiamo le associazioni

Ci siete mai stati? Io ci sono sempre solo passata. Non posso dire di conoscerla anche se forse al mondo non c'è quartiere che risulti irrimediabilmente più noto suo malgrado, forse solo il Bronx. 
Scampia fa da cerniera fra la grande provincia di Napoli che arriva fino a Caserta e Napoli, la città. Lì passa anche l'Asse mediano, collegamento fondamentale fra aree della regione Campania. Strade veloci senza caselli che si prestano a buttare dalla macchina i sacchetti della spazzatura, se non si vuol fare la differenziata oppure rifiuti ingombranti o tossici. Perché limitarsi.

A Scampia arriva il metrò dell'arte, la linea 1 della metropolitana così vicina e lontana dalla stazione Toledo, consacrata come la più bella d'Europa. Ci passo quando arrivo e quando vado via per andare alla stazione o all'aeroporto. Quando arrivo di solito è sera, si notano le luci accese nelle case. La mattina quando vado via è l'alba. Il Vesuvio si stampa sull'orizzonte e si notano le tante, tantissime verande che gli abitanti di quei palazzi hanno costruito per aumentare un po' la superficie della casa. Mi immagino le donne che friggere il pesce lì a Natale prima di sedersi a tavola con la settima discendenza.

Sono affascinata dalla struttura delle Vele di Scampia. Vorrei capirci di più. Finite nel '75, qualcuno dice che l'architetto Franz Di Salvo le realizzò avendo come modello le unité d'habitation dell'architetto Le Corbusier a Marsiglia (nella foto). Doveva essere un modello positivo, così non è stato. Molto probabilmente perché mancano in luoghi d'aggregazione e servizi per gli abitanti, poi perché dopo il terremoto degli anni '80 alcune abitazioni furono occupate abusivamente. Ho letto anche che il progetto iniziale prevedeva che i due elementi delle Vele fossero più distanziati così da far arrivare la luce all'interno. Invece per limitare le spese si è preferito condannare la struttura a ospitare il buio. Non so quanto ci sia di vero. Fatto sta che questo mix di elementi, o altri,  ha permesso che lo Stato cedesse il passo alle piazze di spaccio e alle faide.


La settimana scorsa un pregiudicato ha cercato riparo dai sicari in una scuola materna ed è stato finito sull'ingresso mentre i bambini poco lontani cantavano per la recita.Un evento orribile perché lambisce i bambini, la parte più debole della società e allo stesso tempo il seme del futuro. Come risposta le scuole del quartiere si sono accese come luci di Natale. Ho letto tante cose, visto diverse interviste a riguardo. Ed è un po' che si parla di spostare gli uffici del comune di Napoli lì, a Scampia per dire che lo Stato c'è.

Solo qualche settimana fa è andata in onda su Rai Educational "Piovono fiori fra Napoli e Scampia" un reportage sulle piccole attività che cercano di ribaltare il degrado del quartiere, di coltivare la speranza. Ci sono tante associazioni che cercano di organizzare la speranza e dare un'alternativa alla Scampia più tristemente nota. Invece di spostare gli uffici, diamo un contributo alle associazioni e ai volontari che si impegnano ogni giorno. In altri paesi europei gli insegnanti migliori vengono mandati nelle scuole più "difficili". Sovvenzioniamo lo sportello anticamorra, il centro Hurtado, il marchio fatto@scampia, le associazioni come Mammut. Caro Sindaco De Magistris, se si spengono queste di luci, è davvero finita.

mercoledì 21 novembre 2012

Una volta le musicassette

Riordinavo le mie cose e riordinando le buttavo via. Sono incappata in vecchi biglietti del cinema di fine anni '90 che conservavo ancora (sì tutti più o meno). Ho detto a mio fratello - più piccolo di me di 4 anni - guarda com'erano i biglietti del cinema una volta. Come se parlassi della scorsa era glaciale. Sono biglietti piccoli di carta leggera e colorati ogni volta in maniera diversa. Non c'erano neanche i titoli del film sopra, tanto che io addirittura li scrivevo dietro a mano con la data. In uno spasmodico tentativo di fermare la memoria in qualche modo. Ne ho conservati alcuni dei film che oggi mi sembrano più belli e meno ridicoli.
Una volta c'erano anche, anzi solo, le musicassette. E quando il vinile era ormai impolverato e non sapevamo cosa fosse il riflesso di un cd mettevamo queste cassette scure nel mangianastri. La musica la vedevi, dipendeva dal nastro avvolto attorno all'una o all'altra bobina. E la tua canzone preferita era sempre dall'altro lato. Il tempo nel quale potevi ascoltare la musica era al massimo 45 minuti, poi dovevi girare la cassetta sul lato opposto. Adesso con la carica degli mp3 potresti anche non spegnerlo mai e ascoltare per giorni i brani contenuti nella minuscola memoria.
Le compilation te le creavi registrando con mano lesta le tue canzoni dalla radio sperando che lo speaker non ci parlasse sopra quando finivano. Forse così ho imparato a riconoscere i brani dalle primissime note. Lasciavi uno spazietto con un "rec" schiacciato nel silenzio della stanza, un leggerissimo fruscio fra una canzone e l'altra. E via con il prossimo brano scelto da te.
Se fossero ancora fruibili questi meravigliosi oggetti metterei insieme queste canzoni oggi. E sarebbe una compilation bellissima che ascolterei decine di volte fino a rovinare la cassetta.

Lorenzo Jovanotti - Tensione evolutiva


Negramaro - Ti è mai successo?

 
Muse - Madness


Cesare Cremonini - Una come te

martedì 23 ottobre 2012

Ecco cosa dovrebbero fare i napoletani

Non ho seguito tutta la polemica legata al servizio del TGR Piemonte e al "servizio giornalistico" a cura di Giampiero Amandola. Me ne sono disinteressata sin dall'inizio ritenendo di non doverci sprecare neanche il tempo del video che ho visto replicato decine di volte di bacheca in bacheca.

La notizia di oggi è che il "giornalista" è stato sospeso. Su questo volevo fare una riflessione più ampia.

Credo che questo genere di episodi servano solo a creare divisioni che non esistono ed esacerbare gli animi di presunte fazioni. Uno contro l'altro, napoletani contro resto del mondo (?).

Napoletani e non, dobbiamo fare una bella cosa. Ragionare attraverso stereotipi è facile, hai uno schema, non ti devi sforzare di vedere bene cosa c'è dietro. Quello che le persone poco intelligenti (o pigre?) fanno è questo. E dobbiamo sforzarci di fare diversamente, le equazioni fra presunti gruppi e aggettivi sono troppo semplici. Sfuggiamo a questi meccanismi, perché abbiamo il culto dell'inclusione e il sorriso sempre pronto.

Mi diverto a smontare e rimontare come voglio gli stereotipi che le persone che incontro credono di leggere in me. A volte alla prima occhiata pensano di aver capito tutto: sei una donna o un uomo, giovane o adulto, laureata, con i capelli lunghi o le scarpe da ginnastica. E questo basta ad alcuni. Comprendiamo una volta e per tutte che ogni persona ha le sue specificità, che la cultura e le persone che frequentiamo, la nostra famiglia o la scuola, ci influenzano certamente. Quindi possiamo trovare delle caratteristiche più ricorrenti ma queste non sono la norma. Coltiviamo la curiosità nei confronti degli altri. Sforziamoci di non generalizzare. E saremo tutti un po' meno ottusi e più ricchi.


sabato 13 ottobre 2012

Il Reality di Garrone e il culto dell'apparire


Il film di Matteo Garrone "Reality" poteva essere girato ovunque ma Napoli ha fornito al regista tanti personaggi in cerca di autore, una lingua musicale come una colonna sonora, una cornice oleografata. Tutto è molto grottesco ed esagerato, una caricatura del pacchiano estremo. Ma solo qui Garrone ha potuto tratteggiare delle figure forti e unite, le donne (mamma, zie, moglie, nipote).

Il protagonista è Luciano, un uomo con il sogno di vivere l'esperienza della casa del Grande Fratello. Un po' fuori tempo lui e anche il tema, si potrebbe pensare. Proprio adesso che il Grande Fratello dopo i risultati in picchiata degli ultimi anni si è preso un anno di pausa? Il film però vuol porre l'accento su un aspetto che è insieme causa ed effetto "GF": la cultura dell'apparire a tutti i costi. Famosi per essere famosi, senza saper fare niente, senza poter dimostrare nulla se non uno stereotipo replicato mille volte sempre uguale nel suo volersi dimostrare diverso. Tutti longilinei, tutti tatuati, tutti abbronzati, tutti con un vocabolario scarno e poco da mostrare oltre la crosta.

Tutti i personaggi in cerca d'autore vengono ripresi talmente da vicino che se ne individuano i pensieri durante i lunghi silenzi. Esattamente come succede nel mondo mediatico l'attenzione schiaccia i protagonisti. Luciano riesce a fare un paio di provini per entrare nella casa dalla porta rossa di Cinecittà e si convince che lo stiano osservando. Si è convinto che lo controllino per vedere quanto è autentico in attesa di convocarlo. Lui aspira ad entrare al Grande Fratello ma nella sua testa c'è già, e da questo piccolo seme piantato nella sua testa inizia la pazzia. Perde di vista la moglie, i figli, la grande famiglia che cerca di salvarlo stringendo ancora di più le sue maglie. E quando entra di soppiatto nelle stanze e poi in giardino, dove gli altri ammiccano agli specchi per conquistare voti agli occhi dei telespettatori, nessuno si accorge di lui.


giovedì 6 settembre 2012

Una settimana senza che mi ha dato molto di più

Senza internet. Senza Facebook e Twitter. Senza giornali o tv. Solo un po' di radio. Senza accendere un computer, mettere una password, lanciare un programma. A Circa 3000 chilometri da casa. A un certo punto mi si è anche spento il cellulare. Niente chiamate o messaggi. Non ricordavo neanche più come funzionasse questo oggetto un po' vintage e difficilmente rintracciabile: la cabina telefonica.

Il primo giorno è stato fastidioso, un qualcosa che non sapevo spiegare, sia fisico che psicologico. Una improvvisa interruzione della routine e delle abitudini. Pian piano però ho notato che iniziavo a ricordare di più, a fare pensieri più elaborati, a venirmi in mente trame per racconti o ricordi più vividi. Mi è venuta voglia di oziare e di annoiarmi, perchè in quella condizione inedita il nostro cervello si defremmenta e fa spazio. Mi sono resa conto di quanto tempo inutile investiamo a farci i fatti degli altri, guardare che fanno e come lo fanno da dietro a uno schermo, quanto poco invece investiamo sul serio nel vedere gli amici o raccontarci sul serio a qualcun altro.

Sono tornata e avevo 300 e-mail, la maggior parte delle quali inutili. Una decina di queste, importanti, hanno retto benissimo a questa mia assenza. Dovremmo fare le cose senza ansie. Spegnere i mondi virtuali e far vivere quelli reali. Prenderci tempo e dedicarci a quello che conta davvero.

E quindi dopo le 8 ore di lavoro, spento il pc non lo riaccendo più. Non si inseriscono password il sabato o la domenica. Più tempo all'aria aperta e a farsi venire le idee, incuriosirsi, cimentarsi in esperienze diverse.
Il mondo può aspettare. 

martedì 4 settembre 2012

10 cose che non dimenticherò del Portogallo

1. Le rocce a picco sull'Oceano Atlantico di Sagres e Capo San Vincenzo. La sensazione di immenso e l'orizzonte infinito.
2. Un bicchiere di Porto a chiudere una settimana di spostamenti e sorprese. Ginjinha a più riprese [Aggiunta del 5 settembre, grazie Ale].
3. Gli azulejos e le decorazioni della maiolica in blu cobalto, così contaminate sia da Oriente che da Occidente.
4. Il monumento ai conquistadores. Una imponente spada piantata nell'azzurro sullo sfondo di un ponte rosso modello Brooklyn e il Cristo Rei copia di quello brasiliano.
 5. Il bagno nell'Oceano, nel momento in cui prendi coraggio per tuffarti, ne stai già trovando altre per uscire dall'acqua.
6. Pasteis de nada e cataplana. La prima una simil sfogliatella buonissima con la crema e la sfoglia (da mangiare però nei pressi della Torre di Belém), la seconda un recipiente tipico portoghese dove cuocere pesce e molluschi.
7. La difficoltà di spedire delle cartoline. Invano abbiamo cercato cassette dove imbucarle fino all'aeroporto.
8. L'allarme antincendio dell'Hotel che suona alle 2 di notte, perché qualcuno ha avuto l'idea di farsi un toast in camera.
9. Essere accolti ad Albufeira da gente che balla sui tavoli, luci al neon e musica a tutto volume.
10. Ritardo cronico dei mezzi pubblici portoghesi e 12 ore di viaggio per rientrare.


Una cosa divertente che non farò mai più. 
Qui l'album con le foto.

giovedì 23 agosto 2012

Il Cimitero delle Fontanelle

Si tratta di un ossario che si trova fra Materdei e la Sanità, al di fuori delle mura della Napoli greco-romana. In passato c'erano numerosi zampilli d'acqua in questa zona (per questo "delle fontanelle").
Qui sono conservati quattro secoli di resti di chi non poteva permettersi una degna sepoltura, soprattutto vittime di epidemie (1656 peste e 1836 colera). La cava di tufo è stata utilizzata a questo scopo dall'anno della peste al 1969. Anno in cui il vescovo preoccupato del feticismo cresciuto intorno alle "anime pezzentelle" decise di dare un taglio netto. Culto che però non si è arrestato, diverse testimonianze e tracce ci raccontano di un silenzioso pellegrinaggio fatto per adottare una o più "capuzzelle", adagiarle su cuscini morbidi o conservarle in teche con l'incisione "Per Grazia Ricevuta". Con l'amministrazione Bassolino alla fine degli anni '90, grazie alla spinta del quartiere circostante, il Cimitero delle Fontanelle è stato messo in sicurezza e restituito alla città.
Se avete in programma di andare a Napoli non privatevi di questa esperienza, fra aneddoti e storia, sacro e profano che si mescolano costantemente. L'associazione Mani e Vulcani organizza delle visite guidate all'ossario con guide bravissime. Ci sono stata negli scorsi giorni e ho fatto un po' di foto. Queste.

E oggi 24 agosto c'è anche un'offerta su LetsBonus, 4 euro per una visita narrata organizzata da una ONLUS. Le date sono: Sabato 8 settembre e Domenica 16 settembre. 

martedì 21 agosto 2012

#iononabbandono la campagna di Econote.it

Contro l'abbandono dei cani e dei gatti, una delle piaghe dell'estate, abbiamo promosso #iononabbandono, invitando i lettori a postare foto degli amici a 4 zampe. Dove? Su Econote.it
Sono fioccate foto di amici speciali simpaticissimi. Ecco l'album dedicato.

martedì 14 agosto 2012

Elogio dei piatti poveri: pasta con molliche

Amo cucinare, soprattutto primi e dolci. Raramente per me è un sacrificio mettermi ai fornelli, e diverse volte sono riuscita ad accaparrarmi il pasto per la truppa come compito nelle vacanze. 
In particolar modo mi piacciono i piatti poveri della tradizione. Quelli che si fanno con quel che ti rimane nel frigo o nella dispensa, con piatti rivisitati del giorno prima, con materie prime povere. Ieri ho provato la pasta con le molliche di pane. L'avevo vista in una trasmissione tv, una delle tante della fase "cucina" della televisione generalista e non. Si tratta di una ricetta meridionale (calabrese o siciliana, ho trovato informazioni contrastanti) molto semplice che potete realizzare nel solo spazio della cottura della pasta. Un fondo d'olio nella padella  - dove girerete la pasta poi - uno spicchio d'aglio, peperoncino e alici salate (3 o 4) che si sciolgono. Una manciata sostanziosa di molliche di pane piuttosto piccole da buttare nell'olio caldo. Il pane diventerà croccante e saporito. Prima di scolare la pasta al dente aggiungete prezzemolo, tanto. Io ci ho messo anche un po' di olive nere, le metterei ovunque. Una girata della pasta - nel mio caso spaghetti - nel mix di olio-mollica-acciughe e il gioco è fatto. Provare per credere, questa è la foto del risultato finale.

martedì 3 luglio 2012

Italo, finalmente puoi scegliere

Il treno fa parte della mia vita, cercando solo in questo blog ho trovato diversi post che mi hanno riportato a tante vite e situazioni. Ieri per tornare a Milano ho preso il nuovo Italo. Partito lo scorso aprile e tanto atteso, la nuova ferrovia si affianca alle Ferrovie dello Stato, Trenitalia. Con cui noi tutti ci siamo sempre trovati molto bene. Treni in orario, tariffe convenienti e via dicendo.

Nonostante io non abbia mai avuto problemi di alcun tipo Trenitalia [nota: sono fortemente ironica] penso che la concorrenza soprattutto all'inizio, faccia bene. Infatti con Italo è possibile viaggiare trovando tariffe "convenienti" anche un paio di settimane prima della partenza, con Trenitalia si sale invece molto velocemente, superando i 55 euro della economy di NTV. All'iscrizone al sito http://www.italotreno.it/IT/Pagine/default.aspx e al programma "Italo più" (la versione della Cartafreccia di Trenitalia) mi sono stati regalati 500 crediti, e ancora alla prenotazione mi è stata regalata la carrozza cinema. Piccoli plus che fanno sempre piacere, specialmente di fronte a un competitor molto spesso arrogante perchè forte del suo monopolio.

Italo è un treno di classe, scintillante e con i toni scuri ma classici. Le poltrone - ero in carrozza cinema ma credo valga per tutte - sono in pelle. La seduta comoda e gli spazi sufficienti. Alla carrozza 7 (centrale) c'è un  distributore di bevande e snack. Non ho visto il bagno. Le novità sono il "train manager", il capotreno insomma che saluta e avvisa ad ogni stazione. Il tocco di Luca Cordero di Montezemolo si nota.

Il treno è arrivato in orario, l'aria condizionata non era esageratamente forte o debole, sono state distribuite deliziose cuffiette con il logo per vedere i film sugli schermi posizionati nella carrozza cinema, solo che ho visto infiniti backstage di Salemme prima e Salvatores poi e nient'altro. Un'altra piccola pecca è che alcuni Freccia Rossa sulla stessa tratta impiegano 20 minuti in meno.


giovedì 14 giugno 2012

Spontini: per me è no

Breve, brevissima parentesi da Spontini. Sì quello spesso nominato da queste parti, di moda, in voga. Non lo so. Alla fine fa una pizza alta con un copioso strato di fiordilatte, tagliata a tranci. E già i primi due elementi come napoletana mi fanno poco sperare. Ma dobbiamo provare, magari dietro l'angolo c'è la sorpresa. Non si può rimanere solo con quello che già si conosce. Allora entriamo e la scena è quella del peggior "Peppe o' zuzzus" delle mie parti (ma di solito è garanzia di pizza buona). Tre pizzaioli sfornano le pizze, un altro le taglia e con il fiordilatte che tocca dal bordo del piatto il marmo ne porta una fetta in un piatto bianco qualsiasi ai tavoli. All'ingresso ti accoglie una freccia verde con scritto "entrata", simpatici non c'è che dire. E solo quella ti accoglie perchè non ti dicono neanche "buonasera" ognuno è affancendato in questa nevrosi che li fa restare immobili. Poi l'uomo con i baffi fra un "prego" a chi deve saldare il conto e l'altro, fa "prego" sempre senza guardare a noi. Allora si fa un passo in avanti. Poi ancora, e fai un altro passo in avanti. Passano diversi camerieri (?) a tutti si fa un cenno per capire se c'è posto, se possiamo andare ancora avanti, dove le sedie da scuola elementari sorreggono tutti, grandi e piccini. Tutto è talmente insulso da non sembrare vero.
All'ennesimo cenno senza risposta siamo usciti seguendo la freccia "uscita" e sono andata a mangiare questo tegamino di gnocchi con la mozzarella da Frijenno magnanno. Ah.


mercoledì 13 giugno 2012

Cascina Cuccagna, per come l'ho vista io

Qualche domenica fa sono stata a Cascina Cuccagna. Ero curiosa anche perchè come saprete sono molto interessata a tutte le iniziative e i temi che riguardano la sostenibilità. La Cascina si trova alla fermata della metropolitana gialla di "Porta Romana", un po' di strada a piedi e ce la si ritrova davanti. Varcata la soglia si apre uno spazio piuttosto ampio che si gira calpestando i ciottoli. Sulla destra c'è un negozio, uno store, uno shop, come lo volete chiamare? Ah, anche una"bottega". All'interno prodotti con un bel packaging essenziale: conserve, frutta, verdura, pasta. Prezzi esorbitanti e provenienze solo in alcuni casi a km 0 (o a filiera corta).
Passando oltre, sono ritornata nel grosso cortile. Famiglie con bimbi piccoli e meno piccoli giocavano, al ristorante malgrado fossero le 15 passate c'erano tanti avventori, in giro tanti volantini su iniziative in corso, un po' di staccionate in legno e 4, dico 4 insalate piantate in un rettangolo dello spazio a disposizione. Un po' poco.

Sì bello lo spazio, il recupero della struttura, evviva non faranno un altro centro commerciale, però mi sembra una cosa radical chic milanese, che entusiasma un determinato tipo di target, con una bella confezione ma poca sostanza.