giovedì 20 giugno 2013

America 2013 #3 Che giorno è? Il tempo di vivere NY



Sera o notte di chissà quale giorno, il freddo dell’aereo e i troppi ebrei ortodossi con le loro pettinature particolari mi hanno ipnotizzato e non so più che giorno è quando arriviamo al JFK. Però il poliziotto di colore è all’inizio del suo turno, fresco come una rosa e con il più classico abbinamento panza e caffè lungo americano. Chiede cosa ci facciamo in America e quanto restiamo. Vacation è la risposta, questa la so.
In un suv verso Manhattan, la strada è tutto un insieme stromboscopico di luci che si muovono insieme al mio mal di testa. E New York riesce ad essere affascinante anche così. Eccola, cazzo. Il Gracie Inn è un B&B semplice, il grande orologio in camera segna le 22.00, in realtà sono le 5.00 del mattino per me. Crollo, riapro gli occhi che sono le 7.00, in the morning. Sempre per il grande orologio nella piccola stanza e non per me. Penso che è come quando il sabato degli anni universitari andavo a ballare, tornavo alle 6.00 del mattino e mi alzavo alle 13.00 per il pranzo. E ad accogliermi c’era la frase: “faje mezzanotte, mezzogiorno”. Il secondo pensiero è quello di mettermi qualcosa addosso e percorrere le strade di NY, scoprirla, conoscerla. Sono elettrizzata. 



Piccole aiuole curatissime presentano palazzi signorili e altissimi con uno o più portieri in divisa e sorriso d’ordinanza. Le persone camminano spedite e sicure, senza nevrosi. È una bella giornata di sole ma soffia il vento e porta con sé un bel profumo di fiori. Fiori che non conosco, sono rosa come quelli di pesco. Sono pieni, folti e profumati.  È l’ora di fare una Metrocard, la strisceremo per poter prendere l’autobus o la metro e andare da Uppertown a Downtown, da est a ovest di Manhattan. Quella che sulla cartina sembra un’appendice ritagliata da quadratini perfettamente allineati - le street e le avenue, in realtà è una superficie molto ampia. 



In tanti fanno jogging ai bordi del fiume Hudson e la primavera con tutti questi colori mi fa venire in mente che è il momento di prendere la mia reflex. Per l’occasione ho comprato una memoria aggiuntiva di 32Mb (!) e ho ripulito la vecchia da 16. Tanto spazio a disposizione e batteria full. Tolgo il tappo, accendo i motori e provo un primo scatto. Niente. La macchina non risponde. Riprovo, riprovo ancora. Faccio un tentativo con l’autoscatto, 10 secondi lunghissimi poi la macchina scatta, la sento finalmente. Ma mi vedevo tutta la vacanza a fare scatti preventivati 10 secondi prima e senza il sapore dell’attimo fuggente. Accendo, spengo. Niente. Provo così senza molte speranze a spegnere e reinserire dopo averle torte sia la batteria che la memoria. Nel frattempo accanto a me sfilano fiori bellissimi, battelli sul fiume che non posso fotografare, catturare. Non nutro molte speranze sulla ripresa della mia macchina. Invece riparte. Il primo scatto è dedicato alla panchina dove si è consumato il mio piccolo dramma e si è per fortuna anche risolto.
Ora sì che possiamo iniziare.

martedì 11 giugno 2013

America 2013 #2 - Napoli e NY, stesso parallelo



A Napoli tutti sono in maniche corte ed è facile distinguere chi viene da fuori. Il mio benvenuto è fatto di abbracci e due sfogliatelle, una riccia e una frolla. Quasi un antidoto per far ritornare in circolo la linfa giusta della città e sentirsi meno straniero. Per lo stesso motivo il tempo di tornare a casa e la sera c’è una grande rimpatriata in pizzeria. Al cameriere viene raccomandato il nostro tavolo dall’amico Gino e tutti sono felici e sazi. I primi tempi a Milano mi sorprendevo di come nella socialità non si proponesse “Andiamo a mangiare la pizza”. Noi lo usiamo anche se poi non la mangiamo la pizza. È per dire ci vediamo, stiamo insieme, parliamo e ci facciamo sicuro quattro risate.

Una chiacchierata in inglese via Skype è la strada giusta verso l’America, anche se inventi qualche parola. Inizi a scioglierti e l’orecchio si abitua. L’importante è che ad aspettarti ci sia un’altra pizza con un altro giro di persone che non vedi da tanto e ti mancano. Per aggiornarsi sulle novità e su quello che non cambia mai. Passeggiando su Piazza Medaglie d’oro notavo come nella moltitudine fosse assente una fascia d’età in particolare, la mia. I giovanissimi sono tutti lì in questa serata tiepida che annuncia l’estate. Prendono la metropolitana dalla periferia e si riversano qui. È sempre stato così, c’è la gelateria, ci sono i bar, il traffico è lento. Qualche pub nelle taverse, pizzerie pienissime dove ti danno del voi. Potevi fare su e giù via Luca Giordano sperando di incontrare qualcuno a cui avevi pensato tutta la settimana e che senza Facebook o i telefonini che iniziavano solo a spuntare nelle mani di alcuni e non di tutti, potevi solo immaginare più bello, più divertente e più alla moda di come in realtà fosse. I “grandi” poco sotto o poco sopra i 40 erano lì. Consapevoli e vestiti bene, irrimediabilmente abbronzati anche in primavera. Nel mezzo chissà dov’erano a passare quel fine settimana un po’ festivo. La mia ipotesi è che quella sia la fascia d’età degli emigranti. Milano? Roma? Londra? Dove sono i napoletani dai 25 ai 35 anni?!



Pronto Rossopomodoro? Mi servirebbe un tavolo da 10 persone, in un posto tranquillo che abbiamo una bimba piccola con noi e poi... ce la fate vedere la partita? Non è per me ma per i maschi del gruppo, lei capirà...” “E certo non si preoccupi, me la vedo io. Gennà spuost chistu tavolo! A stasera”. Avevo un nuovo amico, era bastata una telefonata. Da noi è così, questa è una ricchezza che dobbiamo coltivare e tenere viva. Infatti il tavolo era il migliore ed è venuto a salutarci e a chiederci più volte come andasse: “Tutto bene Marianna?”. Le persone entravano in continuazione e i tavoli appena vuoti venivano riempiti senza soluzione di continuità: acqua, menù, pizza, caffé. Acqua, antipasto, spaghetto scuiè sciuè, amaro.  Mentre il Napoli vinceva 2 a 0, non importa con chi.

Quando parti? E quante ore sono? Non lo so e non lo voglio sapere. Non avevo mai fatto un volo così lungo, ma tante persone lo fanno quindi si sopravvive. Il più lungo lo avevo fatto per il Portogallo (qui le 10 cose che non dimenticherò del Portogallo), due ore e mezzo. Bazzeccole. 

Quando ho cercato su Google “cosa fare nei voli intercontinentali” una delle prime parole uscite è stato “trombosi”. Tanto per stare tranquilli. “Per scongiurare la trombosi prendere mezza aspirina prima di partire”, altri consigli erano vestirsi comodi così – perché prendo sempre alla lettera i consigli che mi sembrano sensati – ho scucito addirittura un piccolo bottone della camicia. Me lo figuravo piantato nella schiena tutto il viaggio e mi immaginavo le maledizioni che mi sarei autoinflitta se non lo avessi sradicato prima del decollo. “Bevete molto e idratatevi prima di partire, in aereo ci si gonfia e disidrata” io ho bevuto fino a non poterne più e consumato la tutta la Nivea che avevo in casa versandomela addosso copiosamente. Nessuno però mi aveva detto di non accettare il cibo in aereo. Quello è la fonte principale di malesseri vari ed eventuali. Il mio consiglio è quello di tenere il solito abbigliamento, andare cauti con la crema che potrebbe servire la prossima estate ma non mangiare quelle scatolette dal packaging invitante (solo quello) offerte a bordo. Portatevi un panino, biscotti, caramelle. Ma rispondete con un sorriso e un “No grazie” all’hostess che vi porge la scatoletta con il pasto. La prima scatoletta era una specie di pizzetta, tipo una bruschetta. Sopra c’era una spatolata di pesto, sormontata da qualche pomodoro schiacciato dal formaggio con il maggiore peso specifico del mondo. La seconda scatoletta era pollo (forse) e spaghetti. Per fortuna le luci erano piuttosto basse e i miei ricordi riguardano quello che ho potuto solo intuire. 

All’ingresso sul volo intercontinentale mi sono detta: “Tutto sommato sono larghi i posti e ci si può stendere, chessaramai!”. Era la prima classe, o addirittura la premium. Proseguendo verso la coda lo scenario è cambiato. Sedili sempre più stretti e proporzionalmente più persone che si arrabbattavano con il bagaglio a mano alla ricerca anche loro di qualcosa di essenziale da cui non separarsi nello spazio fra l’accensione e lo spegnimento della spia della cintura. Alla mia destra il francese scaccolateur. Che si è ininterrottamente scaccolato per oltre 7 ore causandomi nausea e impossibilità a chiudere occhio per tutto il viaggio. Ovunque tu sia folle scaccolateur sappi che io ti aborro. Così ho visto due film che non avrei visto neanche sotto tortura: Twiligt (e chissà quale episodio della saga) e 007 Skyfall.

 

martedì 4 giugno 2013

America 2013 #1 - Out of office

È stato un decollo durato quasi una settimana, quello che il 31 maggio mi ha portato a New York, in America.
Quando ho chiuso con la piccolissima chiave in dotazione la cassettiera beige dell’ufficio l’ho fatto con la consapevolezza di non aver fatto tutto quello che dovevo, ma buona parte. Avevo acquistato due biglietti in sezione orchestra per lo spettacolo “Mamma mia!” in scena a Broadway. Avvertito tutti quelli con cui avevo progetti in corso, non si sarebbero sorpresi dell’out of office o del telefono che squilla a vuoto. Portato avanti le consegne almeno ad una settimana dopo il mio ritorno, il canale televisivo poteva non andare a nero almeno fino a giugno e senza di me. L’account facebook di Dove avrebbe continuato a postare “Segui il canale 412” ogni giorno con una notizie diversa, una località diversa, come mosso da una mano invisibile, la mia. Incamerato una buona dose di invidia e consigli utili il lasso di tempo che riuscivo a ricordarmene. Molti invece non sapevano che sarei partita, faccio così con le cose importanti. È che sono napoletana e superstiziosa e per me gli “occhi” sono peggio delle “scuppettate”. E così ho salutato la maggior parte delle persone che vedo tutti i giorni come prima di un ponte festivo piazzato nel periodo dell’anno ideale per togliersi un po’ di grigio di dosso. Niente di più.

Il 25 aprile chi doveva partire sarà partito. No. Erano tutti sul fiammante Italo che dalla stazione Garibaldi mi avrebbe riportata a Napoli. Nel passaggio dalla stazione della metropolitana alla stazione ferroviaria si vede in uno spicchio di cielo il grattacielo dell’Unicredit con la sua incredibile punta. È una delle zone di Milano che preferisco, punta in alto e ha i giardini curati. Butto sempre un occhio a quegli specchi che riflettono la luce e mi danno un forte senso di modernità e velocità.

Accanto a me in treno c’è Sara, ma ancora non so che si chiama così quando salgo sulla carrozza numero 8. Però alla fine del viaggio è come se ci fossimo sincronizzate al telefono per prenotare proprio quelo posto e fare il viaggio insieme. Come se avessimo fatto le scuole superiori insieme, stesso banco. Ci dividiamo dei tarallini e un sacchetto di patatine, le idee delle emigranti del duemila sulle città che le ospitano e quelle da dove sono partite. “Perché la Reggia di Caserta non la facciamo gestire al direttore del Louvre? Basterebbero sei mesi!”, “Ma lo sai che ci sono moltissimi pesci poveri nel Mediterranero che  sono buonissimi? Le persone non li conoscono!”. E così tutto il viaggio, mostrandosi i rispettivi progetti sul pc di Sara, perché lei è molto più geek di me e soprattutto senza far dormire nessuno nel vagone. Da Roma a Napoli, in quell’ora scarsa che separa la mia destinazione dalla sua vorrei leggere tutto quello che la mattina avevo progettato per il viaggio, ma rimando e schiaccio un pisolino.

Al posto di Sara accanto a me sale un colorato signore anziano con in mano un biglietto per il Frecciarossa delle 17.00. Ha una camicia color pesca che si chiude a stento sulla pancia e un colorito decisamente esagerato per la stagione. Parla al cellulare con il mignolo alzato e il vivavoce inserito fino a Napoli dando del lei a un interlocutore che non sapeva del suo arrivo. La interpreto come una vendetta di Montezemolo. 
In fila una signora che arriva in vacanza a guarda il termometro e con fare interrogativo mi chiede: “30 gradi?!”.

lunedì 3 giugno 2013

Nell'epoca dell'astensionismo qui l'80% è andato a votare, qualche riflessione



Calvizzano, piccolo comune della provincia di Napoli. Quei comuni in cui un marciapiede appartiene a un'amministrazione e quello di fronte a un'altra. Tutti attaccati e senza soluzione di continuità. Un'unica scuola dove votare, sotto casa mia. La cosa straordinaria è stata l'affluenza alle ultime elezioni del 26 e 27 maggio. La strada era affollata come mai prima. Due ali di persone ostruivano il passaggio di chiunque e qualunque mezzo. Bar, locali e negozi erano pieni di persone ferme lì per ore. Oltre alla sorpresa di un dato evidente in controtendenza rispetto all’intero territorio nazionale, quello che mi ha sorpreso è stata la quantità di persone anziane che raggiungevano il seggio opportunamente accompagnate. Alcune macchine erano costrette a parcheggiare anche molto distante e pian pianino raggiungevano la Scuola per poter votare. Una macchina, due, tre, quattro. Domenica pomeriggio e lunedì le macchine evidentemente non bastavano più.  Sono arrivati piccoli autobus con residenti sempre più in là con gli anni, alcuni con difficoltà motorie. 

Non so per chi abbiano votato questi “nonni” di tutti, di tutti noi. Non lo so e non mi interessa. Leggo però che l’affluenza al voto nel Comune di Calvizzano di Napoli è stata dell’80,58 %. 7.987 votanti su un totale 9.911. Con quattro liste in competizione è normale che un solo voto potesse fare la differenza. Speriamo che i nonni ci abbiano visto giusto.  Le percentuali dei votanti sono disponibili sul sito del Ministero dell’Interno e vedremo cosa succederà. 


martedì 28 maggio 2013

Casina Vanvitelliana, uno dei tanti gioielli non valorizzati

Io sono innamorata della Casina Vanvitelliana sospesa sul lago Fusaro di Bacoli. Nell'immaginario fatato ma costruito di Disneyland non ho trovato nulla di così bello. Ed è proprio perché ne sono innamorata che mi arrabbio nel vederla così. Il parco che la precede ha l'erba alta e cartacce ovunque. A ridosso di questo parco c'è un circolo per anziani. Nessuno controlla o sorveglia le piccole stanze o l'ingresso con i suoi arredi. La maggior parte del tempo l'ingresso alla casina è vietato da un cancello. E' possibile vederla solo in occasione di eventi o mostre. Dentro è tutto uno staccarsi di intonaco e vernice. Eppure il Comune di Bacoli chiede 1.000 euro per sposarsi lì, "solo" 500 se uno dei due sposi è residente a Bacoli. I dettagli su questo punto li trovate qui.

Verso sera è un continuo via vai di fotografi più o meno attrezzati che cercano di immortalare la curvatura del ponte o il bianco delle pareti di contrasto con il lago intorno. Perché il gioiello di Vanvitelli è uno spettacolo. Così come tanti gioielli incustoditi e non valorizzati. E a perderci siamo tutti.






venerdì 24 maggio 2013

Liberateci da Celi, mio marito!

Inquadrature statiche, tempi televisivi assenti, interviste in cui non si lascia parlare l'interlocutore che rimane visibilmente perplesso. Sono rimasta ipnotizzata la prima volta che ho visto il programma su Rai3 Celi mio marito!.

All'inizio mi sono detta che forse le prime puntate era normale un po' di ruggine e di mancanza di fluidità. Seguendo il successivo Un posto al sole che inizia alle 20.40 mi capita di accendere la tv un po' prima e incappo in lei. Lia Celi una giornalista satirica (?) con tanti follower su Twitter.
Il programma è in diretta da una "terrazza condominale" e lì si suggeguono artisti della manualità a vario titolo, un "poeta/scrittore", un ospite del mondo della televisione che deve presentare un nuovo programma (molto spesso). E poi Lia Celi che cita alla fine l'archivio di "mamma Rai" con un montaggio approssimativo che dovrebbe sostenere il tema lanciato all'inizio della puntata via hashtag.
Risultato? Lo share si attesta sotto il 4% mentre con l'inizio della puntata di Un posto al sole sale all'8%.
Su Twitter ha 2.500 follower e su Facebook la pagina ha 586 fan.

Questa mattina ho avuto modo di avere un botta e risposta con Lia Celi partendo da un altro argomento Sud vs Nord. Le ho detto che fino alle 19.00 non sono in casa, magari spostano la fascia oraria in cui va in onda.

Rimpiango quasi le Comiche che davano fino a poco tempo fa, anche se erano tecnicamente corrotte le immagini e non mi hanno fatto mai ridere quindi che le puntate fossero con il sonoro o meno le guardavo con volume zero. I dialoghi sono surreali quando non banali. Che abbiamo fatto di male?
Cielo!




giovedì 28 marzo 2013

Cari grillini,

Lo so che odiate questa etichetta ma in quanto afferenti a una corrente di pensiero (più o meno definibile come unica) e afferente a Beppe Grillo, non ritengo che sia un termine inappropriato.
Le ultime vicende mi fanno pensare che non abbiate ben chiaro il sistema (come insieme di elementi e regole) della Democrazia rappresentativa che al momento - e per fortuna - vige in questo sgangherato Paese nel quale anche voi come movimento vi trovate a muovervi.

Il nostro sitema politico è fatto di pesi e contrappesi. Questo stato di cose molto raffinato fu pensato dai nostri Padri Costituenti all'indomani del totalitarismo fascista. Per evitare che tutto il potere fosse concentrato nelle mani di uno soltanto che facesse quel che voleva del Paese e delle sue Istituzioni.
Per questo dove non arriva il Governo arriva il Parlamento, dove non arriva il Parlamento arriva il Capo dello Stato.

Il Capo dello Stato Giorgio Napolitano ha dato il mandato a Pier Luigi Bersani del Partito Democratico perché la sua coalizione - seppur di poco - è stata la più votata alle ultime elezioni politiche. Al Movimento 5 Stelle è stato chiesto di dare la fiducia sui singoli punti non al PD tout court. La fiducia sui singoli temi significa essere in accordo su determinate cose e in disaccordo su altre. Ma confrontarsi e confluire verso una serie di riforme che l'Italia non può più aspettare.

Non è democrazia essere tutti d'accordo sempre, non lo è "o così o niente". Non è responsabile o da qualcuno che vuol cambiare il Paese rifiutare l'opportunità di votare in Aula la legge sulla Cittadinanza, una nuova legge elettorale, il taglio del finanziamento ai Partiti, etc. E' un'opportunità sprecata che non si può perdonare. 

giovedì 21 febbraio 2013

I meriti di Grillo (anche se io voto altro)

C'era un solo forte dato univoco che usciva dalle urne delle elezioni degli ultimi 15-20 anni: l'astensionismo.
Un piccolo sussulto c'è stato con i referendum del 2011 su acqua, nucleare, legittimo impedimento. Circa il 54% come quorum, raddoppiando il 24% del 2009. Prima di allora occorreva andare con la memoria al referendum del 1997 per trovarne uno che fosse andato a buon fine.

In linea di massima non si può dire che prima dell'arrivo di Grillo con il suo carico di populismo la partecipazione politica godesse di ottima salute. Non possiamo dirlo neanche adesso che si è affacciato alla scena politica. Certo è che con lui le piazze sono ritornate luoghi di incontro, l'Italia è percorsa da un brivido di partecipazione politica e molti giovani iniziano ad interessarsi alle elezioni.

Non voterò il Movimento 5 stelle nonostante apprezzi alcuni punti del programma, nonostante abbia fra le sue fila tanti giovani pieni di voglia di fare. Però nonostante si possano muovere diverse critiche per i toni, per le modalità, per la poca concretezza (che cosa ha fatto poi il Sindaco di Parma?) qualcosa dobbiamo riconoscerglielo.

Sarei curiosa di vedere i grillini nati come "movimento" e alter-sistemici entrare in Parlamento. Di sicuro smuoverebbero le acque, però questo paese ha bisogno di riparare e costruire. Speriamo che chiunque vinca sappia farlo.

giovedì 31 gennaio 2013

Una metafora su Napoli

Una mia amica ha scritto un post su Napoli. La paragona a un fidanzato che si ama pazzamente ma con cui non si potrà mai essere felici. La trovo una metafora azzeccata. Questo è il suo post. E il mio commento è stato questo:

Napoli è molte cose insieme. A volte vorrei che fosse una città come le altre ma se fosse così tutto sarebbe irrimediabilmente più semplice e ce ne andremmo senza rimpianti da una stazione qualsiasi di giorni che poi non ricordi. Invece andare via da Napoli ci strazia perché le sue luci ed ombre sono anche le nostre e noi le assomigliamo più di quanto crediamo. E più andiamo lontano più i suoi tratti si incancreniscono in noi stessi.
Non ho ancora deciso se ci vuole più coraggio ad andarsene o a restare. Vero è che è una lotta dura che ti impegna tutto il giorno di tutti i giorni che hai da vivere. La tua vita vuoi impiegarla a combattere una battaglia che non ha molte occasioni di essere essenziale per la guerra? Io amo Napoli, non lo so se ci ritornerò, carezzo il sogno di viverci ancora e di vederla migliorare. Schiarita delle sue ombre accecante come non mai nella luce che emana. Ci vuole un cambio totale di paradigma, nelle Istituzioni, nelle persone. Delle persone che ci vivono e di quelle che pensano di conoscerla solo attraverso gli stereotipi che la rappresentano. Deve cambiare tutto dalle piccole alle grandi cose. Come una fenice che risorge dalle sue ceneri, se stessa sì ma nuova.

lunedì 28 gennaio 2013

Quella volta che ho lasciato un lavoro

Ho iniziato a lavorare quando ero all'Università, anche prima quando ero alle superiori, e prima ancora. Fra i lavori che ho fatto posso annoverare i pupazzi di palloncini alle fiere e ho sempre cercato di guadagnarmi qualcosa ed essere un po' indipendente. Al termine di giornate ricche e impegnative io mi sento meglio. Sento di aver speso bene il mio tempo e le energie. Quindi quando si parla di lavoro mi ritengo fortunata semplicemente perché ne ho uno e allo stesso tempo appartengo ad una generazione marchiata dalla mancanza di lavoro, senza certezze. Una generazione per cui i riti di passaggio della vita non sono scontati. 

Mi è tornato in mente un lavoro in particolare in questi giorni. Un lavoro che ho lasciato dopo neanche una settimana. Apparentemente aveva tutte le caratteristiche per essere un buon impiego, in un posto di prestigio, nella mia città, nel mio campo. Eppure. Talvolta le scarpe ci stanno strette anche se sono del nostro numero.

Foto mia http://www.flickr.com/photos/marsans/8022901655/
Quell'ufficio mi stava stretto, le poltrone in pelle erano scomode, il pranzo sulle scale al sole non era piacevole. C'era qualcosa in quel posto che mi ha resa subito claustrofobica. Tanto che dopo tre giorni ho chiamato il supermegadirettore generale per dirgli che non avrei continuato. Lui è cascato dalle nuvole, io ho sentito un enorme peso che si sollevava dalle mie spalle. Forse non era il momento giusto, non era la mia strada e non dovevo percorrerla nemmeno per un pezzetto. Rimane insindacabilmente nella mia memoria la metafora dei lavori che è meglio lasciar perdere.

giovedì 20 dicembre 2012

Occhio ai master-fuffa-spillasoldi


Visto che la disoccupazione giovanile in alcune aree del paese arriva al 35% una delle fonti di guadagno più fiorenti è diventata la formazione. Master, corsi, corsettini, giornate di approfondimento, caffé con i professori, senti-un-po'-questo-che-dice... La cosa non è negativa in sè perché viviamo in un'era di lifelong learning, perché non si finisce mai di imparare come suggeriscono gli antichi proverbi e perché in un periodo di crisi economica come questo è giusto migliorarsi acquisendo diverse skill.

Ma dall'altra parte, da quella dei "formatori" non è giusto fare perno su questa esigenza, su questa penuria di possibilità, su questa carenza di lavoro. Non è corretto. I master che costano 1.000 euro al giorno, al giorno!! Corsi on line da poche decine di ore che costano 500 e più. E infatti chi li propone lo fa con sconti "solo fino a domani, accorrete", "fate presto, pochi posti!", "da non perdere!". I promotori ne sfornano uno al mese, o più di uno contemporaneamente. Tanto è tutto guadagno.

5 consigli se siete ingolositi da un master, un corso
1 - Leggete bene il programma e se non è sufficientemente chiaro, scartate;
2 - Controllate che sia certificato, da un'università, da un ente serio, patrocinato. Immaginate sul vostro Cv un master patrocinato da Topolino. Vale la pena di spendere quei soldi? Scartate;
3 - Cercate le edizioni precedenti. Magari qualche contatto su Linked-in ha partecipato. Mandate un messaggio per chiedere. Tu l'hai fatto? Hai imparato qualcosa? No? Scartate.
4 - Chi sono gli insegnanti? Gli esperti? Cercate i loro nomi. Credete possano insegnarvi qualcosa?
5 - Quanto costa questo master? Se per una giornata di formazione devo spendere 1.000 euro, in quanto tempo mi ritorneranno? E sono sicuro che mi ritornerà qualcosa grazie a questo?

Se anche solo uno di voi scanserà un master-fuffa-spillasoldi perché incappa in questo post io ne sarò felice. Pensateci, perché già in troppi ci beffano perché in preda all'esigenza o al bisogno e non possiamo fare altrimenti. Almeno su qualcosa ancora possiamo dire no grazie


mercoledì 12 dicembre 2012

Luci a Scampia: aiutiamo le associazioni

Ci siete mai stati? Io ci sono sempre solo passata. Non posso dire di conoscerla anche se forse al mondo non c'è quartiere che risulti irrimediabilmente più noto suo malgrado, forse solo il Bronx. 
Scampia fa da cerniera fra la grande provincia di Napoli che arriva fino a Caserta e Napoli, la città. Lì passa anche l'Asse mediano, collegamento fondamentale fra aree della regione Campania. Strade veloci senza caselli che si prestano a buttare dalla macchina i sacchetti della spazzatura, se non si vuol fare la differenziata oppure rifiuti ingombranti o tossici. Perché limitarsi.

A Scampia arriva il metrò dell'arte, la linea 1 della metropolitana così vicina e lontana dalla stazione Toledo, consacrata come la più bella d'Europa. Ci passo quando arrivo e quando vado via per andare alla stazione o all'aeroporto. Quando arrivo di solito è sera, si notano le luci accese nelle case. La mattina quando vado via è l'alba. Il Vesuvio si stampa sull'orizzonte e si notano le tante, tantissime verande che gli abitanti di quei palazzi hanno costruito per aumentare un po' la superficie della casa. Mi immagino le donne che friggere il pesce lì a Natale prima di sedersi a tavola con la settima discendenza.

Sono affascinata dalla struttura delle Vele di Scampia. Vorrei capirci di più. Finite nel '75, qualcuno dice che l'architetto Franz Di Salvo le realizzò avendo come modello le unité d'habitation dell'architetto Le Corbusier a Marsiglia (nella foto). Doveva essere un modello positivo, così non è stato. Molto probabilmente perché mancano in luoghi d'aggregazione e servizi per gli abitanti, poi perché dopo il terremoto degli anni '80 alcune abitazioni furono occupate abusivamente. Ho letto anche che il progetto iniziale prevedeva che i due elementi delle Vele fossero più distanziati così da far arrivare la luce all'interno. Invece per limitare le spese si è preferito condannare la struttura a ospitare il buio. Non so quanto ci sia di vero. Fatto sta che questo mix di elementi, o altri,  ha permesso che lo Stato cedesse il passo alle piazze di spaccio e alle faide.


La settimana scorsa un pregiudicato ha cercato riparo dai sicari in una scuola materna ed è stato finito sull'ingresso mentre i bambini poco lontani cantavano per la recita.Un evento orribile perché lambisce i bambini, la parte più debole della società e allo stesso tempo il seme del futuro. Come risposta le scuole del quartiere si sono accese come luci di Natale. Ho letto tante cose, visto diverse interviste a riguardo. Ed è un po' che si parla di spostare gli uffici del comune di Napoli lì, a Scampia per dire che lo Stato c'è.

Solo qualche settimana fa è andata in onda su Rai Educational "Piovono fiori fra Napoli e Scampia" un reportage sulle piccole attività che cercano di ribaltare il degrado del quartiere, di coltivare la speranza. Ci sono tante associazioni che cercano di organizzare la speranza e dare un'alternativa alla Scampia più tristemente nota. Invece di spostare gli uffici, diamo un contributo alle associazioni e ai volontari che si impegnano ogni giorno. In altri paesi europei gli insegnanti migliori vengono mandati nelle scuole più "difficili". Sovvenzioniamo lo sportello anticamorra, il centro Hurtado, il marchio fatto@scampia, le associazioni come Mammut. Caro Sindaco De Magistris, se si spengono queste di luci, è davvero finita.

mercoledì 21 novembre 2012

Una volta le musicassette

Riordinavo le mie cose e riordinando le buttavo via. Sono incappata in vecchi biglietti del cinema di fine anni '90 che conservavo ancora (sì tutti più o meno). Ho detto a mio fratello - più piccolo di me di 4 anni - guarda com'erano i biglietti del cinema una volta. Come se parlassi della scorsa era glaciale. Sono biglietti piccoli di carta leggera e colorati ogni volta in maniera diversa. Non c'erano neanche i titoli del film sopra, tanto che io addirittura li scrivevo dietro a mano con la data. In uno spasmodico tentativo di fermare la memoria in qualche modo. Ne ho conservati alcuni dei film che oggi mi sembrano più belli e meno ridicoli.
Una volta c'erano anche, anzi solo, le musicassette. E quando il vinile era ormai impolverato e non sapevamo cosa fosse il riflesso di un cd mettevamo queste cassette scure nel mangianastri. La musica la vedevi, dipendeva dal nastro avvolto attorno all'una o all'altra bobina. E la tua canzone preferita era sempre dall'altro lato. Il tempo nel quale potevi ascoltare la musica era al massimo 45 minuti, poi dovevi girare la cassetta sul lato opposto. Adesso con la carica degli mp3 potresti anche non spegnerlo mai e ascoltare per giorni i brani contenuti nella minuscola memoria.
Le compilation te le creavi registrando con mano lesta le tue canzoni dalla radio sperando che lo speaker non ci parlasse sopra quando finivano. Forse così ho imparato a riconoscere i brani dalle primissime note. Lasciavi uno spazietto con un "rec" schiacciato nel silenzio della stanza, un leggerissimo fruscio fra una canzone e l'altra. E via con il prossimo brano scelto da te.
Se fossero ancora fruibili questi meravigliosi oggetti metterei insieme queste canzoni oggi. E sarebbe una compilation bellissima che ascolterei decine di volte fino a rovinare la cassetta.

Lorenzo Jovanotti - Tensione evolutiva


Negramaro - Ti è mai successo?

 
Muse - Madness


Cesare Cremonini - Una come te

martedì 23 ottobre 2012

Ecco cosa dovrebbero fare i napoletani

Non ho seguito tutta la polemica legata al servizio del TGR Piemonte e al "servizio giornalistico" a cura di Giampiero Amandola. Me ne sono disinteressata sin dall'inizio ritenendo di non doverci sprecare neanche il tempo del video che ho visto replicato decine di volte di bacheca in bacheca.

La notizia di oggi è che il "giornalista" è stato sospeso. Su questo volevo fare una riflessione più ampia.

Credo che questo genere di episodi servano solo a creare divisioni che non esistono ed esacerbare gli animi di presunte fazioni. Uno contro l'altro, napoletani contro resto del mondo (?).

Napoletani e non, dobbiamo fare una bella cosa. Ragionare attraverso stereotipi è facile, hai uno schema, non ti devi sforzare di vedere bene cosa c'è dietro. Quello che le persone poco intelligenti (o pigre?) fanno è questo. E dobbiamo sforzarci di fare diversamente, le equazioni fra presunti gruppi e aggettivi sono troppo semplici. Sfuggiamo a questi meccanismi, perché abbiamo il culto dell'inclusione e il sorriso sempre pronto.

Mi diverto a smontare e rimontare come voglio gli stereotipi che le persone che incontro credono di leggere in me. A volte alla prima occhiata pensano di aver capito tutto: sei una donna o un uomo, giovane o adulto, laureata, con i capelli lunghi o le scarpe da ginnastica. E questo basta ad alcuni. Comprendiamo una volta e per tutte che ogni persona ha le sue specificità, che la cultura e le persone che frequentiamo, la nostra famiglia o la scuola, ci influenzano certamente. Quindi possiamo trovare delle caratteristiche più ricorrenti ma queste non sono la norma. Coltiviamo la curiosità nei confronti degli altri. Sforziamoci di non generalizzare. E saremo tutti un po' meno ottusi e più ricchi.