lunedì 28 gennaio 2013

Quella volta che ho lasciato un lavoro

Ho iniziato a lavorare quando ero all'Università, anche prima quando ero alle superiori, e prima ancora. Fra i lavori che ho fatto posso annoverare i pupazzi di palloncini alle fiere e ho sempre cercato di guadagnarmi qualcosa ed essere un po' indipendente. Al termine di giornate ricche e impegnative io mi sento meglio. Sento di aver speso bene il mio tempo e le energie. Quindi quando si parla di lavoro mi ritengo fortunata semplicemente perché ne ho uno e allo stesso tempo appartengo ad una generazione marchiata dalla mancanza di lavoro, senza certezze. Una generazione per cui i riti di passaggio della vita non sono scontati. 

Mi è tornato in mente un lavoro in particolare in questi giorni. Un lavoro che ho lasciato dopo neanche una settimana. Apparentemente aveva tutte le caratteristiche per essere un buon impiego, in un posto di prestigio, nella mia città, nel mio campo. Eppure. Talvolta le scarpe ci stanno strette anche se sono del nostro numero.

Foto mia http://www.flickr.com/photos/marsans/8022901655/
Quell'ufficio mi stava stretto, le poltrone in pelle erano scomode, il pranzo sulle scale al sole non era piacevole. C'era qualcosa in quel posto che mi ha resa subito claustrofobica. Tanto che dopo tre giorni ho chiamato il supermegadirettore generale per dirgli che non avrei continuato. Lui è cascato dalle nuvole, io ho sentito un enorme peso che si sollevava dalle mie spalle. Forse non era il momento giusto, non era la mia strada e non dovevo percorrerla nemmeno per un pezzetto. Rimane insindacabilmente nella mia memoria la metafora dei lavori che è meglio lasciar perdere.
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