martedì 4 giugno 2013

America 2013 #1 - Out of office

È stato un decollo durato quasi una settimana, quello che il 31 maggio mi ha portato a New York, in America.
Quando ho chiuso con la piccolissima chiave in dotazione la cassettiera beige dell’ufficio l’ho fatto con la consapevolezza di non aver fatto tutto quello che dovevo, ma buona parte. Avevo acquistato due biglietti in sezione orchestra per lo spettacolo “Mamma mia!” in scena a Broadway. Avvertito tutti quelli con cui avevo progetti in corso, non si sarebbero sorpresi dell’out of office o del telefono che squilla a vuoto. Portato avanti le consegne almeno ad una settimana dopo il mio ritorno, il canale televisivo poteva non andare a nero almeno fino a giugno e senza di me. L’account facebook di Dove avrebbe continuato a postare “Segui il canale 412” ogni giorno con una notizie diversa, una località diversa, come mosso da una mano invisibile, la mia. Incamerato una buona dose di invidia e consigli utili il lasso di tempo che riuscivo a ricordarmene. Molti invece non sapevano che sarei partita, faccio così con le cose importanti. È che sono napoletana e superstiziosa e per me gli “occhi” sono peggio delle “scuppettate”. E così ho salutato la maggior parte delle persone che vedo tutti i giorni come prima di un ponte festivo piazzato nel periodo dell’anno ideale per togliersi un po’ di grigio di dosso. Niente di più.

Il 25 aprile chi doveva partire sarà partito. No. Erano tutti sul fiammante Italo che dalla stazione Garibaldi mi avrebbe riportata a Napoli. Nel passaggio dalla stazione della metropolitana alla stazione ferroviaria si vede in uno spicchio di cielo il grattacielo dell’Unicredit con la sua incredibile punta. È una delle zone di Milano che preferisco, punta in alto e ha i giardini curati. Butto sempre un occhio a quegli specchi che riflettono la luce e mi danno un forte senso di modernità e velocità.

Accanto a me in treno c’è Sara, ma ancora non so che si chiama così quando salgo sulla carrozza numero 8. Però alla fine del viaggio è come se ci fossimo sincronizzate al telefono per prenotare proprio quelo posto e fare il viaggio insieme. Come se avessimo fatto le scuole superiori insieme, stesso banco. Ci dividiamo dei tarallini e un sacchetto di patatine, le idee delle emigranti del duemila sulle città che le ospitano e quelle da dove sono partite. “Perché la Reggia di Caserta non la facciamo gestire al direttore del Louvre? Basterebbero sei mesi!”, “Ma lo sai che ci sono moltissimi pesci poveri nel Mediterranero che  sono buonissimi? Le persone non li conoscono!”. E così tutto il viaggio, mostrandosi i rispettivi progetti sul pc di Sara, perché lei è molto più geek di me e soprattutto senza far dormire nessuno nel vagone. Da Roma a Napoli, in quell’ora scarsa che separa la mia destinazione dalla sua vorrei leggere tutto quello che la mattina avevo progettato per il viaggio, ma rimando e schiaccio un pisolino.

Al posto di Sara accanto a me sale un colorato signore anziano con in mano un biglietto per il Frecciarossa delle 17.00. Ha una camicia color pesca che si chiude a stento sulla pancia e un colorito decisamente esagerato per la stagione. Parla al cellulare con il mignolo alzato e il vivavoce inserito fino a Napoli dando del lei a un interlocutore che non sapeva del suo arrivo. La interpreto come una vendetta di Montezemolo. 
In fila una signora che arriva in vacanza a guarda il termometro e con fare interrogativo mi chiede: “30 gradi?!”.

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